“Ricordo perfettamente l’istante in cui decisi che l’Africa sarebbe stata casa mia. È stata una frazione di secondo, un’esplosione di sensazioni talmente forti da farmi perdere ogni riferimento”.
Inizia così il racconto autobiografico di Alessandra Soresina, il ricordo di una lontana vacanza in Botswana e Namibia. Una sera, mentre tutti dormono nel campo tendato allestito lungo il fiume Khwai, lei sale sul tetto della jeep e si sdraia a guardare il cielo carico di stelle, così vicine da poterle quasi toccare. Le sensazioni che lo spettacolo della natura le regala arrivano dritte alla sua anima. Una fitta al cuore, la scintilla che la rapisce e la lega indissolubilmente al continente africano.
Per anni tornerà come ricercatrice seguendo progetti di monitoraggio e censimento dei leoni a Saadani e poi nel Tarangire in Tanzania, stabilendo un rapporto tutto speciale con la savana e i leoni.
L’Africa le fa conoscere quel senso di libertà senza limiti e condizioni, le rivela nuove dimensioni spazio-temporali, le regala sensazioni di vita intensa.
Nonostante le condizioni di grande disagio e difficoltà nelle quali si trova ad operare e gli assillanti problemi di finanziamento dei progetti oramai le è difficile tornare indietro, riadattarsi a una vita superficiale ingabbiata in confini definiti.
La realtà delle cose la costringe a dividersi tra l’Africa e l’Italia dove torna in inverno per lavorare come maestra di sci sulle Dolomiti. Questo le permette di finanziare in parte i suoi progetti in Tanzania.
Alessandra si ritrova quindi in sospeso tra due mondi, in bilico tra due vite e deve fare i conti con il “mal d’Africa”, quella sensazione di tristezza e nostalgia infinite che attanagliano l’anima quando si è lontani.