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Nosy Ve non é Nosy Be. Basta sostituire una lettera per entrare in mondi diversi. Nosy Ve è una lingua di sabbia corallina a sud, di fronte ad Anakao. Per arrivare ad Anakao si prende un calesse trainato da zebù, si sale su una barca e dopo circa 20 minuti si raggi
ungono dei bungalow sulla spiaggia. I rubinetti sono secchi e alla sera per lavarsi si va alla reception a prendere un secchio di acqua salata che le donne aromatizzano con erbe profumate. Quello deve bastare. A Nosy Ve si approda con una piroga manovrata dai pescatori del villaggio. La consuetudine vuole che mentre noi girovaghiamo per l’isola, loro cuociano il pesce appena pescato, preparandoci così il pranzo. Non c’è nulla da fare, se non godersi il sole, il silenzio e le infinite tonalitá di blu del mare.
Da Anakao arriviamo a Fort Douphin seguendo la strada costiera in quattro tappe. Non è una strada e nemmeno una pista, semplicemente un corridoio disboscato in una sorta di bush di agavi e cactus. Il sentiero é terribile, la gente ostile. Il mezzo più adatto per attraversare questo luogo inospitale, sono sicuramente i piedi scalzi. L’auto proprio non ci azzecca nulla. Ci perdiamo. Intravediamo un uomo con arco e frecce e quando ci avviciniamo, lui scappa tra i cactus.
Dopo circa un’ora, ritroviamo la strada che porta a Lavanono. Arriviamo verso il tramonto, la baia si apre sulla costa alta, sferzata dal vento e da onde imponenti. È freddo. Il rumore del mare e del vento tagliano le rocce. Il campeggio torreggia su un costone a strapiombo sul mare. È gestito da un francese, come la maggior parte dei bungalow che si trovano in questa parte remota ed isolata del Madagascar. Quasi tutti raccontano storie sul Madagascar, quasi nessuno racconta la propria vita precedente in Francia. È un’altra vita. Anche qui manca l’acqua, nonostante davanti a noi ce ne sia una distesa magnifica. Anche qui manca la luce, i colori del sole dettano il ritmo della vita. Il nostro bungalow si affaccia sul mare. Con la porta aperta dal letto si contempla l’infinito. “Avete visto le balene?” Ci guardiamo, impreparati e stupiti. Qui, al tramonto, anche chi è abituato alle balene gira tutti i giorni con il binocolo. Ci fermiamo troppo poco per un posto così stupefacente. Non é l’atollo paradisiaco con le palme ma il nostro bungalow senza bagno, senza acqua, senza luce, con gli spifferi freddi tra le assi, è la nostra torre saracena sull’oceano. Nel pomeriggio giungiamo a Faux Cap. Il vento non ha ceduto, le nuvole occupano ancora tre quarti del cielo. Non è da bagno, troppo freddo, troppo aspro. Questo luogo è famoso per le uova di Aepyornis, un uccello gigante che nidificava in questo luogo e che si è estinto circa duemila anni fa. Ci incamminiamo verso le dune dove dicono che se si cerca tra la sabbia, si ha ancora la fortuna di trovare qualche coccio di guscio. Rinvenire un uovo intero é ormai impossibile. Qualche cosa c’è, ma lo lasciamo lì, tra le dune, dove è giusto che stia. In Italia finirebbe insignificante su una mensola a raccattar polvere. Il mare è particolarmente mosso, si infrange sulla roccia alzando polvere di gocce. Quando i rari raggi di sole filtrano tra le nuvole, l’aria brilla di un grigio dorato. Camminiamo sulla cresta di una duna e poi improvvisamente, guardando verso il mare, sobbalzo. Mi fermo, mi volto verso Enrico e gli mormoro:” Enri, tu cosa vedi là?” Lui guarda, tace. “È una balena, vero?” “Mah, mi pare”. Passa un secondo di stordimento, capiamo che quello che stiamo vivendo non è un documentario. Guardiamo bene e ci accorgiamo che dal mare si alzano decine di soffioni a distanze diverse dalla costa. Capiamo che il mare diventa subito un abisso. La balena più vicina a noi dista 30 metri. Rimaniamo impalati sulla duna, emozionati, senza parole, con un sorriso da bambini stampato negli occhi e nel cuore. Siamo solo noi due, il vento, le dune, i cocci di uova di Aepyornis e decine di balene.